24/04/2019

Un abbraccio possibile



A volte è così chiaro che il nostro futuro dipende strettamente dal passato che non servirebbero nemmeno le parole.

Ma oggi ho voglia di raccontarvi, anzi devo raccontare la storia di una giornata davvero particolare: e vi chiedo la pazienza di leggere tutto fino in fondo: la fotografia è solo un ricordo che mi è prezioso e poco più.

Era qualche anno che volevo ritornare a salire una montagna che mi è molto cara, anzi la più cara di tutte per me: il monte Cadria, la più alta cima della Alpi di Ledro.

Per molti sarà una montagna sconosciuta, ma è il primo luogo in cui da ragazzino ho provato quel misto di sensazioni che ti fanno capire cosa significhi salire una montagna non troppo addomesticata: fatica, apprensione, attenzione, paura, condivisione, felicità, concentrazione, sentirsi fuori dal mondo. 

Sono salito per la prima volta quando avevo 10 anni, ovvero 40 anni fa. Il mio "esperto" compagno d'avventure era un cugino di 12 anni, che abitava, anzi abita ancora, in una piccola valle oltre il lago di Ledro. Trascorrevamo tutto il mese di luglio a scorrazzare insieme per le montagne della zona: con i miei nonni materni infatti passavamo le vacanze in trentino.

Poco controllo, tanta libertà, molta incoscienza, tanta fortuna a non farsi mai nulla di serio: è il più bel regalo che ho ricevuto in quegli anni. Ma sono sincero, rabbrividirei sapendo che così potrebbero muoversi i miei figli oggi.

Crescendo ho scoperto molte altre cose sulle montagne, ma il mio amore per quest'ambiente è nato in quegli anni, in quei luoghi. Erano gli anni in cui arrivavano gli echi delle imprese alpinistiche di Reinhold Messner sugli 8000, anzi in quell'anno per la precisione della prima salita dell'Everest insieme a Peter Habeler senza ossigeno, ritenuta da molti impossibile per l'uomo.

Io e mio cugino non avevamo idea di cosa fossero 8000 m, di quanto alte fossero le montagne che salivamo ogni giorno, ma sapevamo bene che il Cadria è la più alta della zona, perché quando sei sulla cima tutte le altre vette sono più in basso. Ci serviva forse sapere altro per divertirci e sentirci noi stessi un mix. di esploratori e alpinisti fai da te?

Poi il tempo è passato, ma l'amore per le montagne è rimasto, anzi è cresciuto. Da grande ho capito meglio cosa fossero quei buchi scavati a forza di piccone nella roccia, quelle trincee, quei rimasugli di armi, munizioni, elmetti, filo spinato... la grande guerra chiesto un tributo di giovani vite enorme su quelle montagne.

Mi sono tornate alla mente mille volte i racconti di mio nonno che la seconda guerra mondiale l'ha vissuta, prima come soldato, e poi come prigioniero nei campi di concentramento tedeschi. E' uno dei pochi che è riuscito a tornare e ricominciare una vita. Di nome faceva Ricordo, ha sempre parlato poco e con delicatezza di situazioni orribili che aveva vissuto: mi sono sempre chiesto come si potesse convivere con certi ricordi senza impazzire, perdere la ragione. Ma ogni sua conclusione pacata, portava al fatto che la guerra fosse una follia voluta da pochi e per la rovina di tanti: qualcosa da evitare ad ogni costo. Nonostante la sua esperienza negativa, riusciva a vedere i tedeschi, parola che molti dei suoi compagni non riuscivano nemmeno a pronunciare, come persone che ora erano cambiate, e che volevano di nuovo vivere in pace come lui.

Ripenso a lui che ora non c'è più, alla sua terza elementare fattagli fare 2 volte perché era bravo ma la scuola per i figli dei "cameranti" finiva li, e allora gli regalarono un anno bonus di scuola. Ecco lui con quella poca istruzione, con una vita dura, una guerra e la prigionia sulle spalle che lo ridussero a 44 chili, era molto più lucido e saggio di molti politici  e "intellettuali" odierni. "Bisogna andare d'accordo, trovare un compromesso, parlarsi e spiegarsi anche se gli altri ci sembrano strani, diversi...": scrivo queste parole e mi viene da piangere pensando a quanto poco oggi qualcuno cerchi di orientarci su questa naturale strada.

Con tutte queste cose nel cuore, con la voglia di ritornare su quel monte che rappresenta l'inizio della mia montagna, mettendo nello zaino il ricordo di mio nonno, di mia nonna, i miei miti... meditando quante persone hanno lottato e sofferto in quei luoghi. Decido che andrò una giornata da solo, per poter vivere tutto questo come meglio potrò, e per potermi fermare quando voglio, o tirarmi il collo a tutta in altri tratti.

Un giorno in ottobre 2018 parto, sveglia alle 3.00 perché Modena dove abito non è proprio in Val di Concei, e alle 6.30 parcheggio e mi metto finalmente lo zaino in spalla. E' una giornata meravigliosa, lascio la macchina più in basso che posso così mi resta più strada e salita da fare a piedi: ho bisogno di stancarmi e sentire la fatica per far emergere le cose che tendo a ricacciare in fondo ai ricordi. Mi sono lasciato 1600 m. di salita davanti, dovrebbero bastare...

Salgo i primi 600 m in velocità, sono solo e non incontro nessuno, mi fermo a riposare per qualche minuto nei pressi di una malga: mi fa compagnia un gruppo di mucche che mi allietano con il suono dei loro campanacci. Poi mi accorgo che pochi metri più avanti c'è un altro uomo che sta evidentemente per ripartire, ed è sul mio stesso percorso: sono stupito, in parte anche seccato di non essere solo.

Si avvicina, e prova a parlarmi in tedesco: no, non lo capisco. Io non ci provo con l'italiano, ma gli chiedo se parla in francese... ma quando mai. Alla fine proviamo a capirci in inglese, il suo è decente, il mio scandalosamente povero. Ma per capirci è sufficiente: lui sta andando verso il monte Cadria come me, ci sta provando ma non mi sembra poi molto deciso. Si è già riposato, è pronto a partire: io gli dico che mi fermo ancora un poco, gli auguro buona fortuna e ci salutiamo. 

Mi sento in parte soddisfatto, sono di nuovo solo fisicamente e con i miei pensieri: avrei potuto riprendere la strada con lui ma volutamente non l'ho fatto, non sono poi stanco. Ma mi sento a disagio, c'è qualcosa dentro di me che mi dice che non si fa così: prendo un sorso d'acqua dalla borraccia e parto veloce per recuperare il terreno perso verso di lui.

Dopo pochi minuti sono a tiro della sua vista, e lui si ferma ad aspettarmi. Gli chiedo se vuole fare un po' di strada assieme e lui mi sorride e mi da una stretta forte di mano: certo! Pensavo fosse austriaco, ma è tedesco, si chiama Winfried. Questo incontro non mi pare poi così casuale, sembra più che ci siamo trovati in seguito ad un appuntamento organizzato da non saprei dire chi, ma mi piace e mi sento bene.

Saliamo verso malga Cadria per un sentiero ripido costellato da lapidi, ricordi della prima guerra, trincee, feritoie e rifugi nella roccia. Ogni tanto ci fermiamo a guardare in silenzio, poche parole e molte emozioni: lui mi ripete più volte che la guerra è una follia e io annuisco con la testa. Inizio a pensare che un italiano e un tedesco si trovano per caso sulle montagne un tempo terra di conflitti, e invece oggi salgono insieme fianco a fianco, gustando la montagna e godendo della reciproca presenza. Wilnfried avrà giusto qualche anno meno di me, sorride sempre, è felice, entusiasta: inizio a sorridere sempre più spesso anch'io per questo incontro.

Arriviamo all'ultima parte della salita, la più complicata perché fatta su un crinale molto esposto, e poi ci sono alcuni passaggi non così sicuri: la rugiada della notte ha bagnato le rocce e i muschi di un lungo traverso, e sinceramente bisogna prestare molta attenzione. Winfried è un po' titubante, mi chiede se posso andare avanti io e mostrargli come procedere con mani e piedi: metto via tutta l'attrezzatura fotografica, chiudo lo zaino e mi concentro un attimo, e poi andiamo.

Mi esplodono i ricordi in questo momento, mi sento responsabile per il mio nuovo amico, e nel frattempo sto attento a non calpestare le numerose stelle alpine che costellano queste rocce esposte. Davvero a 10 anni sono salito quassù? Certo non da questa cresta, ma anche dall'altra parte è un po' pericoloso. Mi sembra di rivedere un ragazzino che sale stanco morto ma eccitatissimo per essere arrivato fino alle stelle alpine, il chiaro segnale che sei quasi in cima al Cadria. E penso che un tempo queste pietre su cui cerchiamo di non scivolare erano arrossate dal sangue di tanti ragazzi innocenti che hanno trovato la morte e non la gioia sulle montagne. 

Il tempo di pensare tutto ciò e siamo passati, anche il mio amico è passato, ed ora saliamo gli ultimi metri prima di arrivare in vetta. So che l'ultimo tratto è semplice ed inizio a rilassarmi, ero teso e ora so che siamo praticamente al sicuro. Arriviamo in vetta, appoggiamo gli zaini e Winfried mi abbraccia, poi mi da un cinque fortissimo, sorride, è felice perché poi mi confida, da solo probabilmente non sarebbe salito fin sopra. La sua felicità è contagiosa, e la mescolo con tutto quello che mi ha spinto a venire qui oggi.

Ci scattiamo qualche foto reciprocamente, un paio di selfie con il cellulare, ma il momento della gioia, anzi della commozione mi esplode dentro solo ora: incontenibile. Non so chi ha organizzato per me e per il mio occasionale compagno questa giornata, ma vorrei dirgli grazie. Penso a mia nonna che mi ha fatto innamorare delle montagne, a mio nonno che mi ha regalato le sue storie e la sua voglia di pace e di convivenza con gli altri. Penso alla mia famiglia lontana geograficamente ma che sento più vicina quando solo lontano e vivo momenti come questo. 

Bisogna fare una foto come si deve, ricordare questo momento: metto la reflex sul piccolo altare di pietra e regolo l'autoscatto. Winfried ed io ci abbracciamo, e lui alza una mano al cielo: esito e poi la alzo anch'io. In fondo non sto esultando per essere arrivato in cima, non lo faccio mai. Oggi gioisco e ringrazio il cielo, che indico, per tutta la gioia, le emozioni, l'amicizia e quanto non so esprimere a parole che mi è stato dato.

La montagna oggi è un luogo che unisce e non deve dividere, ed ogni uomo di buona volontà lo può capire e sentire. 

Dobbiamo resistere ad ogni tentazione di divisione, di prevaricazione, di chiusura: e scoprire che questo abbraccio oggi è possibile.









Pubblicata dal 24/04/2019