Sono nato e vivo in periferia a Modena, nella pianura padana, e
da sempre amo questi luoghi. A nord pianure sconfinate per decine
di chilometri fino al grande fiume Po, come lo chiamava Guareschi.
A sud un po’ di pianura prima delle colline e poi la catena
Appenninica sovrastata dal monte Cimone, dove finalmente lo sguardo
trova una cornice naturale di contenimento. Ad est e ovest la provincia
di Modena è delimitata naturalmente dal Panaro e dal Secchia,
due fiumi che dall’appennino affluiscono nel Po.
Sono terre “umide”
in qualunque stagione, afose d’estate e nebbiose d’inverno.
Il clima è duro e imprevedibile, si passa dall’immobilismo
estivo in cui il tempo sembra non scorrere nemmeno, alle burrasche
di vento, pioggia e neve invernali che sembrano voler scuotere e
cambiare ogni cosa.
E’ così possibile
osservare negli stessi luoghi laghi e fiumi prosciugati d’estate,
in piena in primavera e autunno, ghiacciati e celati dalla nebbia
in inverno.
Amo soprattutto la nebbia,
che all’improvviso può avvolgermi isolandomi dagli
altri, dal mondo e che mi porta in una nuova dimensione: allora
è come sognare a occhi aperti dove i luoghi conosciuti vengono
ridisegnati. E vengo proiettato in uno spazio ed un tempo sospeso,
in cui sono intimamente solo e di cui faccio parte con quanto mi
è dato percepire, e mi accorgo che ogni volta vivo un’esperienza
unica.
La fotografia a questo punto
nasce da sola, è un’esigenza. Espressione profonda
di quell’istante irripetibile che mi ha portato a realizzarla.
La fotografia è in questo caso espressione della mia interiorità,
indagine profonda e senza maschere del mio io, del mio status.
E quando le rivedo a distanza
di tempo rivivo le stesse emozioni, le stesse gioie e inquietudini
che mi hanno condotto a realizzarle. Attraverso di esse posso guardare
in faccia la mia storia, il mio passato: sfiorare solamente il presente,
aspettando con ansia di cogliere la prossima emozione.