Ho letto spesso frasi o definizioni con cui grandi fotografi
e comuni fotoamatori hanno nel tempo e nella storia cercato di
svelare cosa la fotografia rappresentasse per loro. Avete mai
pensato a ciò? Credo che in nessun'altra forma d'arte gli
artisti stessi hanno desiderato spiegare e cercare di capire loro
per primi fin dove quella forma di espressione li potesse portare
nel rapporto con loro stessi e di conseguenza in quello con gli
altri.
Ed ancor più sorprendente è vedere l'eterogeneità
delle motivazioni che vengono addotte.
Quello che comunque ogni
fotografo dovrebbe ricercare una volta iniziata una seria pratica
fotografica, è la propria personale motivazione. Perchè
ci si rende ben presto conto che ci sono infiniti modi di riprendere
una scena, ma uno solo è quello che abbiamo in mente o
che il nostro subconscio ci spinge a ricercare. Ed è vero
che quando lo otteniamo lo capiamo subito. E nel capirlo spesso
si prova una strana sensazione, guardando quello scatto è
come se guardassimo da spettatori all'interno di noi stessi e
riuscissimo a vedere qualcosa che non è bello o non è
brutto in se, ma è una parte della nostra persona "rivelata"
a noi stessi.
Fotografare non può essere un lavoro o un'esercizio fine
a se stesso, fotografare vuol dire andare alla ricerca di se stessi.
La fotografia a questo punto nasce da sola, è un’esigenza.
Espressione profonda di quell’istante irripetibile che mi
ha portato a realizzarla. La fotografia è espressione della
mia interiorità, indagine profonda e senza maschere del
mio io, del mio status.
E quando le rivedo a distanza
di tempo rivivo le stesse emozioni, le stesse gioie e inquietudini
che mi hanno condotto a realizzarle. Attraverso di esse posso
guardare in faccia la mia storia, il mio passato: sfiorare solamente
il presente, aspettando con ansia di cogliere la prossima emozione.