Roberto Carnevali



Sono nato nella frazione di Freto di Modena nel 1968 da una famiglia come tante altre. Mia madre Maria e mio padre Volmer sono due giovani operai di appena venti anni quando nasco, poco più che ragazzi, che si vogliono bene e lavorano sodo per sbarcare il lunario. In famiglia ci sono anche i nonni materni, Antonietta e Ricordo, che hanno sempre lavorato la terra e allevato animali per conto di altri, e continuano a farlo.

Trascorro i pomeriggi dopo la scuola a seguito dei miei nonni che lavorano ancora per un contadino o per una cooperativa agricola. A volte sono in compagnia di qualche altro bambino, la maggior parte del tempo invece sono da solo. Imparo a fare amicizia con un cane, a conoscere il sapore della frutta, ad allontanarmi dalla cascina prendendo punti di riferimento per non perdermi, a osare sempre qualcosa di più senza esagerare.

Sia chiaro, mi piace molto stare con gli altri, ma in quegli anni ho sviluppato una caratteristica che ho mantenuto e continuo a cercare: il bisogno di andare da solo in mezzo alla natura. Ho imparato a contare solo sulla mia esperienza, e di quella mi fido.  In gruppo tanto da bambino quanto da adulto sono una persona prudente, non sento di avere una forza maggiore o di poter osare di più perché sono con altri.

Poi un fratello di mia nonna si trasferisce in Trentino, e così dai 3 ai 16 anni trascorro tutti i mesi di luglio nei pressi della Val di Ledro accompagnato dai nonni. Di anno in anno attendo che arrivi luglio più del Natale per i regali. La montagna mi affascina subito, perché complica e sminuisce quelle abilità che mi bastano in pianura per muovermi ed esplorare. Ma tutto quello che vedo e vorrei raggiungere è uno stimolo immenso ad imparare. Così nella montagna scopro animali nuovi e imparo come avvicinarli, trovo  nelle trincee e nelle armi abbandonate le tracce dei racconti della guerra che molte volte ho ascoltato attento dai nonni.  Imparo soprattutto a capire che è fondamentale rispettare e tutelare l’ambiente selvaggio se vogliamo che anche altri lo possano scoprire.

Questa somma di esperienze costituisce la base del mio rapporto con la natura e la montagna. E anche oggi da adulto cerco sempre di tornare a quel contatto semplice e sincero, che un bambino ha quando desidera fare esperienza e conoscere.

Anche la fotografia tutto sommato ha sempre fatto parte della mia vita, anzi per anni l’ho subita se così si può dire. Mia madre ne era appassionata, e ogni volta che uscivamo nel fine settimana non perdeva l’occasione per scattare fotografie in cui sovente io o mio padre eravamo i soggetti. Ha sempre avuto un buon occhio e un modo istintivo di comporre e scattare, anche se non le è mai interessato imparare un po’ di tecnica. Così per aiutarla mio padre ed io facevamo un po’ di calcoli per cercare di determinare quali tempi e diaframmi impostare per le sue fotografie. Avevo 9 anni quando ho imparato a calcolare e gestire bene un’esposizione su una reflex manuale e da allora non ho ancora smesso.  

Crescendo ho la fortuna di conoscere Stefania che poi diventerà mia moglie e da cui nasceranno Emmanuele e Francesco, i nostri figli. Una famiglia semplice in cui ancora, come in quella in cui sono nato, ci si vuole bene. Le mie passioni per la montagna, la natura e la fotografia continuano ad essere presenti e a crescere lentamente.

Nel 2004 tutto cambia, mio padre muore improvvisamente e questo evento scombina la mia vita. Avevo un legame speciale con mio padre, con lui perdo anche il mio miglior amico. Questo mi getta in uno stato di sconforto profondo da cui uscirò pian piano grazie all’amore e alla pazienza di Stefania e dei ragazzi.  

Ma proprio in quel momento emerge un altro aspetto di me che non posso più trattenere: devo uscire e stare solo, andare in mezzo alla natura e fotografare. Sul momento mi sembrava una cosa irrazionale: ma visto a 16 anni di distanza, capisco bene come quella fotografia solitaria sia stata una sorta di medicina per me stesso.

Da quel momento la fotografia è diventata importantissima per me, perché ho capito chiaramente che ero in grado di raccontare anche agli altri le mie emozioni attraverso di essa. E di nuovo come da bambino, ho sentito forte la necessità di scoprire la natura e le montagne, da solo.

La solitudine in un ambiente ostile o comunque non agevole come quello montano ti stimola l’attenzione, la concentrazione, la necessità di ascoltarsi senza le distrazioni di gestire al contempo una relazione con altre persone. E’ una dimensione a cui l’uomo moderno non è più abituato e che voglio riscoprire.

Molte delle mie fotografie nascono così in istanti silenziosi e solitari: in una sosta su un sentiero di montagna, o sull’argine di un fiume di pianura nella nebbia, o tra i portici di una piccolo borgo di provincia. Questa momentanea solitudine mi permette di mettere nella fotografia solo me stesso, senza contaminazioni esterne: i miei lavori sono concepiti con questo principio.

In modo inizialmente sorprendente per me le mie immagini, anche le più intime, hanno presto trovato riscontri positivi su alcuni portali di fotografia in cui ho iniziato a condividerle. Poi sono venute le prime pubblicazioni su riviste di fotografia con critiche lusinghiere. A quel punto ho iniziato a lavorare ad alcune idee che avevo in mente con progettualità, realizzando dei lavori fotografici completi.

Ho investito tutto il tempo disponibile nella fotografia e ho fatto diverse esperienze professionali che hanno ampliato il mio bagaglio tecnico: eventi sportivi, concerti, golf e danza per Nikon. Documentazione del territorio e delle tradizioni per la regione Umbria. Vengono pubblicati miei portfolio con interviste sulle principali riviste di fotografia italiane e su Montagne360 che è la rivista ufficiale del CAI.

Mi piace condividere le mie esperienze, poter trasmettere agli altri qualcosa di quello che ho imparato. Così negli anni tengo parecchi corsi di fotografia di vari livelli, alcuni specifici per il CAI e per la fotografia di montagna.

Tra i tanti progetti fotografici “Wonderland – Terra delle Meraviglie”, mostra itinerante sulla maestosa natura delle Dolomiti della val Pusteria, ottiene un grande successo. Oltre alle numerose pubblicazioni su riviste e alle 10 mostre, viene esposta e vince il primo premio alla Biennale Internazionale di Arte Contemporanea di Perugia nella sezione fotografia.  

Inizio a collaborare con il mensile Bell’Italia che mi affida la realizzazione di alcuni dei servizi principali, soprattutto a tema montagna. Collaboro anche con le riviste James Magazine e LiveIn Magazine per la realizzazione di servizi in strutture luxury o presso chef stellati. Non di rado realizzo ritratti a personaggi celebri a corredo di articoli che vengono pubblicati su riviste.

Un altro ambito in cui ho trovato apprezzamento per la mia fotografia è quello dell’arredamento di interni: ho avuto l’onore di decorare con mie immagini la Biblioteca Enzo Ferrari dell’università di Ingegneria di Modena e i nuovi locali del FASIM.

La fotografia è diventata negli anni anche un canale privilegiato per conoscere persone speciali, per viaggiare e scoprire località e storie, per cercare di raccontare agli altri quello che vedo e sento. Quando devo raccontare una storia che sarà pubblicata sento questa responsabilità e sinceramente è un impegno che affronto con piacere.

Sicuramente tra le molte soddisfazioni che la fotografia mi ha riservato, la più grande è stata l’aver realizzato la fotografia di copertina dell’ultimo libro di Reinhold Messner – “L’assassinio dell’impossibile”.  Messner insieme a Walter Bonatti è una delle figure che mi hanno sempre ispirato nell’idea di esplorazione e scoperta dell’uomo verso la grande natura selvaggia.

Alla fine però ci tengo a sottolineare che si possono raggiungere anche ottimi risultati, ma non sono solo il frutto del nostro lavoro. Certo una dose di talento naturale serve e poi magari una sensibilità un po’ spiccata, e la voglia di imparare la tecnica: tutto necessario ma non sufficiente. C’è bisogno di qualcuno che si fidi di te, che ti sostenga, che ti spinga a provare, che ti invogli a non mollare: e io li ho avuti.

Prima di tutto la mia famiglia, Stefania mia moglie, che mi ha sempre lasciato lo spazio e il tempo per fare fotografia. Questo supporto è stato ed è ancora oggi determinante per tutto quello che ho avuto la fortuna di fare. E poi ci sono alcune persone incontrate nel corso degli anni, che hanno creduto in me in modo particolare e mi hanno dato possibilità e supporto indispensabile. Ecco più delle pubblicazioni o dei premi vinti, voglio ricordare con gratitudine i loro nomi: Giovanna Griffo, Rino Giardiello, Luca Bonacini, Susanna Scafuri e Alessandro Filippini.